PER LE DONNE STRANIERE


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opuscoli informativi sull'analgesia del nostro reparto
opuscoli informativi
tratti dal sito del Obstetric Anaesthetists' Association (OAA)
INFORMAZIONI PRATICHE
 DA TENERE PRESENTE DURANTE IL PARTO 
 tratte dal sito del Obstetric Anaesthetists' Association



OPUSCOLO INFORMATIVO 
SULL'INTERVENTO DI TAGLIO CESAREO







Il nostro Opuscolo in Albanese

Spiegazioni varie per mamme straniere  disponibili sul sito lingue STRANIERE

consenso informato all'anestesia in arabo

consenso informato all'anestesia in francese

consenso informato all'anestesia in polacco

consenso  informato all'anestesia in russo

consenso  informato all'anestesia in tedesco

consenso  informato all'anestesia in inglese

 




 



“A me il vostro paese ha portato fortuna.” Maria, una signora ecuadoregna che al San Paolo di Milano ha appena dato alla luce una bimba, comincia così a raccontare la sua storia di madre in un paese diverso e lontano dal suo. “Quando mio marito si è messo a posto con i documenti, abbiamo chiesto il ricongiungimento familiare. Sei mesi dopo il mio arrivo in Italia, sono rimasta incinta… E dire che erano dieci anni che provavamo e avevamo quasi perso le speranze. I primi tempi stavo malissimo, tant'è che mio marito pensava che qualcuno mi avesse fatto il malocchio. Così me lo ha "tolto", passandomi un uovo su tutto il corpo. Ma io continuavo a stare male e allora ho provato a fare il test. È risultato positivo! Pensavo fosse sbagliato e quindi ho fatto l'esame del sangue: positivo anche quello. Mi sembrava impossibile e l’ho ripetuto. Il risultato era ancora lo stesso, ma io continuavo a non crederci. Solo con l'ecografia mi sono convinta e allora sì che ci siamo fatti un bel pianto”. Se la maternità è uno shock di per sé - sempre e ovunque - per queste donne che arrivano da altre terre e che danno alla luce i loro figli qui, nei nostri asettici ospedali bianchi, a uno shock inevitabile - dovuto all'improvviso e radicale stravolgimento fisico, biologico, psicologico, d’identità e ruolo sociale - si aggiunge quello culturale. Per loro, è come essersi preparate una vita per la gara sbagliata. Il sapere accumulato dall'infanzia guardando, ascoltando, aiutando le altre donne della famiglia, carpendo loro segreti, non serve a niente, qui. È niente, qui da noi. Eppure quel tipo di sapere femminile, tradizionale, arcaico se si vuole, è ancora una parte fondante e viva di sé, rinnegarlo significa rinnegare se stesse. Non può essere un buon inizio per una mamma.



“Da noi, in Equador” racconta Elisabeth, anche lei in attesa del secondo figlio “si usano le erbe per aiutare le donne a partorire. Quando è arrivato il momento si fa venire a casa la partara, una donna anziana che di bimbi ne ha fatti nascere tanti, e lei massaggiandoti la pancia sistema il bambino, lo mette nella direzione giusta insomma. Poi prepara un infuso con erbe delle nostre montagne e, quando è pronto, il pentolone con l’infuso viene posto tra le gambe, in modo che il bimbo senta il profumo delle erbe e sia attratto, che gli venga voglia di uscire. È così che ha partorito mia suocera: lei di figli ne ha fatti dieci.“ Usanze come queste, per quanto eccentriche o folcloristiche al nostro sguardo disincantato hanno quasi sempre una ragione e un’efficacia pratica: in questo caso, per esempio, le erbe aiutano certamente ad ammorbidire i tessuti, favoriscono la dilatazione e dunque semplificano il lavoro della mamma e del bimbo.
Tradizioni di questo tipo sono a rischio anche nei paesi di origine, dove il tentativo di agguantare il progresso, avvicinandosi agli standard occidentali, porta a volte a tagliare i ponti con la cultura originaria: il primo figlio, Elisabeth l’ha avuto nell’ospedale della sua città, dove ha atteso tutta la notte da sola, perché ostetriche e infermiere dormivano e solo all’alba, quando la testa del bimbo già faceva capolino, l’hanno accompagnata in sala parto.

“Il problema fondamentale”, sostiene Ida Finzi, psicologa del Centro d’ascolto per le mamme immigrate del San Paolo di Milano, “è la competenza. Una mamma deve sentirsi competente, deve avere fiducia che i propri gesti siano significativi perché la relazione con il bambino abbia successo. Una mamma immigrata si trova a cavallo di due modelli culturali, senza trovare un sostegno reale né dall'uno né dall'altro.
Non ha il sostegno del modello d'origine perché qui è sola, non ha il sostegno del modello del paese in cui vive perché non le appartiene”. Vive come in altalena tra ciò che conosce e ciò che l'ambiente impone come l'unica cosa giusta da fare; un'altalena che nuoce alla stabilità psicofisica della madre e alla salute del bambino, come racconta Sabina Dal Verme, ostetrica del San Paolo: “Una mamma insicura trasmette insicurezza e questo predispone il bambino ad ammalarsi di più, ad avere difficoltà di crescita e di relazione. Prestare attenzione al vissuto della mamma, rafforzare le competenze che possiede, significa anche fare prevenzione”.
È per questo che i corsi di accompagnamento alla nascita per mamme arabe e sudamericane organizzati al San Paolo si chiudono con una festa di benvenuto per i bimbi e un piccolo dono: un album che inizia con le foto dei nonni o dei parenti lontani, immagini del paese d'origine, una cartina del mondo su cui è tracciato il percorso che i genitori hanno fatto per arrivare in Italia, nomi e ricordi scritti nelle due lingue e poi finalmente il parto, il braccialetto, la foto del bimbo. Un modo concreto per dire al proprio figlio che ha una storia alle spalle, che è l'ultimo anello di una lunga catena.

Al rafforzamento di queste competenze, al recupero di un sapere di cui si ignora il valore mira anche il lavoro di ricerca che Lia Chinosi sta conducendo a Venezia ormai da un paio di anni e che recentemente è confluito in un libro, Sguardi di mamme, edito da FrancoAngeli. Mamme senegalesi, sudamericane, filippine, cinesi, albanesi, rumene, tunisine si raccontano, senza timore di dire ciò che mai si direbbe al pediatra per paura di essere tacciata d'ignoranza.

Diventi mamma perché lo vuoi, perché succede, perché bisogna… Diventi mamma e cerchi di trovare un posto, una collocazione a questo evento, ma, per così dire, senza che "intralci" il percorso segnato. Se questo è forse il primo rovello delle mamme occidentali, nelle culture di cui sono portatrici queste donne la maternità è ancora un momento fondante, che incide profondamente nel vissuto di una donna e di tutto il gruppo famigliare, e come tale viene celebrato: la neo-mamma con il suo bambino sono al centro dell'attenzione, il mondo ruota loro intorno e i risvolti materiali di questa situazione non sono affatto trascurabili.

“In Egitto”, racconta Nura, madre di un bel bimbo di un anno, “per sette giorni la mamma deve stare sempre a letto e viene aiutata e nutrita dalle altre donne della famiglia. Trascorsi questo periodo, si fa la festa per il neonato e solo allora la mamma può riprendere la vita normale, ma comunque per 40 giorni deve riposare. Alle neo mamme si danno da mangiare cose speciali: latte caldo con la cannella o il cacao che aiutano a ripulire l'utero, per esempio, oppure del latte in cui hanno fatto bollire i datteri, che sono molto nutrienti e fanno venire molto latte. I datteri sono preparati anche per il bimbo: si fa una pappa speciale, densissima, che viene spalmata dentro la bocca. Ma bisogna fare attenzione e scegliere i datteri giusti, detti agua, molto maturi e molto dolci”.

Il cibo, elemento simbolicamente potente che rimanda necessariamente alla madre e dunque alla madreterra, è catalizzatore di ogni nostalgia; le "voglie" che affliggono tutte le mamme, e i rispettivi mariti, si colorano in questi casi di tinte e sapori particolari, sanno "di casa", e diventano difficilissime da soddisfare. “Quando sono arrivata a Venezia, 17 anni fa”, ricorda Dulce, una signora filippina madre di due figli, “di filippini ce ne saranno stati forse una cinquantina. Dopo un anno sono rimasta incinta e ricordo che avevo sempre voglia di mango, ma all'epoca non se ne trovavano proprio. Allora, sai cosa facevo?, mangiavo le vostre mele verdi e facevo finta che fossero mango. Sono andata avanti così fino a che mio figlio non è nato: non ho la certezza matematica, ma credo sia il terzo bambino filippino nato a Venezia”.

Come in Egitto, anche in Senegal, la neo mamma è regina. “Il mio primo figlio, Alioune, è nato in Senegal e ricordo che quando sono tornata a casa dall'ospedale di Dakar, mia zia mi faceva stare sempre a letto. Se mio figlio si svegliava nel cuore della notte, era lei che andava ad accudirlo”, racconta Aby, elegantissima signora senegalese, madre di due figli. “La mattina mi preparavano subito l'acqua calda, che da noi non c'è sempre, e mi facevano la doccia. Poi mi massaggiavano sulla pancia con il burro di karité e altre erbe. Dopo di me, toccava al bambino. Mamadou, il mio secondo figlio, invece, è nato qui e sono stata male, non riuscivo a mandare giù niente, non mangiavo: hanno dovuto farmi un'endoscopia per sapere cos'avevo. Da noi, invece, durante la gestazione ti senti leggera, non hai le contrazioni. Tante donne neanche si accorgono di essere incinte”.

Se paragonati ai bambini occidentali, i bambini senegalesi, ma anche quelli albanesi e cinesi, sono molto più precoci: imparano prima a camminare, a parlare, a controllare gli sfinteri. Per una mamma cinese o filippina è motivo di seria preoccupazione che il suo bambino, alla soglia dei due anni, non abbia ancora tolto il pannolino di notte. L'autonomia e l'indipendenza sono apparentemente valori forti anche da noi, eppure Jovitta, la mediatrice culturale filippina, mi racconta come molte madri filippine siano state frenate, nel tentativo di liberare i figli dalla schiavitù del pannolone prima dei due anni, proprio dai loro mariti italiani: “Non è mica Einstein”, avrebbe detto uno di loro. Le ragioni di questa differenza non sono certo antropologiche; la vita cerebrale nel neonato nasce dall'esperienza sensoriale: il contatto costante con il corpo della madre e l'instaurarsi di relazioni con un numero ampio e vario di persone fin dai primi giorni di vita - com'è tipico nelle famiglie allargate, dove convivono generazioni diverse - fanno la differenza. “Io anche qui facevo le faccende di casa tenendo mio figlio appoggiato sulla schiena, stretto nella fascia”, racconta Aby. “Lavoravo e cantavo o parlavo con lui. Ha camminato presto, sì, e quando ha cominciato gli andavo dietro con una scopetta, spazzolando proprio dietro di lui. Porta bene”. I "bambini circolanti", come vengono chiamati dai sociologi, sono di tutti, stanno sotto la responsabilità di un gruppo allargato di adulti, che comprende i parenti prossimi, quelli lontani, gli amici e i semplici vicini di casa. Tutti possono e devono accudirli, sgridarli, aiutarli, proteggerli, farli crescere... La signora Dulce conferma: “Da noi, nelle Filippine, il rito del massaggio quotidiano al bambino è un momento molto importante, ma chiunque può farlo, non è prerogativa esclusiva della madre”. “Questi bambini non crescono separati dagli adulti, la loro vita scorre insieme con quella dei grandi”, interviene la Chinosi. “Noi pensiamo di proteggerli non contaminandoli con il mondo esterno, loro invece aiutandoli a raggiungerlo presto”.

Se la mancanza della famiglia d'origine, e della madre soprattutto, si fa sentire in maniera intensa, anche i rapporti con la nuova famiglia, nel caso di matrimoni misti, possono aumentare la sensazione d'inadeguatezza. “Quando sono rimasta incinta, mi sono trasferita dai miei suoceri: quattro donne e tre generazioni. Il contrasto culturale era fortissimo e io mi sono sempre sentita attaccata”, confessa Pilar, colombiana, che oggi, a distanza di 10 anni e dopo il divorzio dal marito italiano, si sente libera di sfogarsi. “Era un continuo ripetere 'Noi facciamo così', 'Non puoi fare colà', 'Qui si usa così'. Per lo svezzamento non potevo dargli il riso, dovevo dargli il Dieterba. Per un bel pezzo non ho potuto dargli i fagioli, e nemmeno la banana e la cipolla, neanche il pomodoro, e figuriamoci il miele… Da noi questi alimenti fanno parte della dieta fin da piccoli. Qui fa male tutto. Io, poi, ho sempre cercato di usare poche medicine: se Matteo aveva la tosse gli davo il miele con il limone, qui, invece giù con il Bisolvon; appena aveva un po' di febbre, vai di tachipirina. Ma Matteo diventava un ghiacciolo, e nessuna medicina che io conoscessi aveva effetti così drastici. Anche adesso, quando torniamo dalla Colombia, la prima cosa che fa sua nonna è pesarlo: è come se dicesse "chissà se ti sei presa cura di mio nipote…". È molto offensivo”.

I mille piccoli normali problemi di salute che costellano i primi anni di vita di un bambino generano immediatamente ansia e una neo mamma cerca conforto e risposte nel manuale di puericultura che tiene sul comodino, nel farmacista sotto casa, nella voce del pediatra al telefono, nella guardia medica. Di rado crede a quello che i suoi occhi sanno comunque vedere, di rado si affida a quello che le sembra quasi di sapere… Non solo, l'insicurezza è tale che abbiamo anche bisogno che misurino, quantifichino, certifichino il fatto che nostro figlio sta bene e quanto sta bene.

Per le mamme immigrate, invece, la soglia d'allarme è molto più alta: ricorrono al pronto soccorso solo quando è davvero necessario, in quel caso però vogliono un intervento più sollecito. Non basta la voce di un pediatra che dalla cornetta ripeta "tachipirina, tachipirina" a tranquillizzare una mamma cinese.

La capacità di ascoltare e di osservare della nostra medicina ha cominciato ad atrofizzarsi a metà dell'Ottocento, quando si pensava che lasciare un figlio nelle mani di sua madre, soprattutto se di classe poco agiata, significasse comprometterne la salute e il futuro, quando vennero istituiti negli asili nido delle fabbriche i premi per "il bambino più pulito". È il pegno che paghiamo a un progressivo abbassamento della mortalità infantile. Ora, a distanza di più di un secolo, queste donne arrivano e mettono in discussione tutto, ci ricordano come eravamo e aprono uno spiraglio per il futuro. Il confronto quotidiano con loro ha cominciato a cambiare il modo di lavorare di ostetriche, ginecologhe, psicologhe e pediatre, le stesse che curano e seguono le mamme italiane e che oggi cominciano a chiedere anche a queste ultime di cercare delle risposte autonome, di riscoprire le risorse che posseggono, di indagare la loro storia e di trovare dentro se stesse la madre competente che è in tutte noi.

L’ombelico del mondo
di Agnese Bertello
pubblicato su “Elle”, agosto 2003
http://www.intandem.it/doc/7.rtf



Esperimenti Far nascere un bambino in una cultura diversa, rispettando la propria: per aiutare le immigrate in questo difficile percorso, a Milano è nato un centro ad hoc


di Agnese Bertello

foto Viarengo
La stanza, se fosse vuota, sarebbe grigia e anonima, come ogni stanza d'ospedale. Dentro, però, sedute nelle pose più strane, sopra materassi distesi per terra all'ultimo minuto, ci sono una decina di donne. Capelli e occhi scuri, carnagione olivastra e pance: più grandi, più piccole, più alte o più basse, tonde sui fianchi o allungate in avanti. Dieci donne incinte, che vengono dal Perù, dall'Ecuador e da altri paesi del Sud America. Sono le partecipanti al Corso di preparazione alla nascita organizzato dal Centro di aiuto e ascolto delle donne e dei bambini immigrati, presso l'ospedale San Paolo di Milano. Ciascuna tiene in mano una moneta che la mediatrice culturale le ha dato passandogliela fra le dita strette, come fosse un gioco da bambini. Una dopo l'altra, immaginando che quella moneta sia un ricordo importante, raccontano una parte della loro storia, qualcosa di loro stesse. "Questa moneta, per me, è un monito", afferma Elisabeth, che ha vent'anni, viene dal Perù e laggiù ha già un figlio piccolo che l'aspetta. "Ho sbagliato troppo nella vita, e questa moneta mi dice che, prima di agire, ci devo pensare 50 volte, per non sbagliare più". "Per me, invece, è un portafortuna. L'ho trovata nel mare e, dato che non ho mai trovato soldi in vita mia, la considero un buon segno", aggiunge l'altra Elisabeth, di pochi anni più grande, che sta per diventare madre qui per la prima volta e spera che il marito possa raggiungerla, ma sa già che partorirà senza di lui. "La terrò come amuleto". "A me questa moneta è stata regalata dal mio fratellino prima di partire", dice invece Mayra, una ragazza con il fisico da ballerina e il sorriso aperto. È all'inizio della sua gravidanza e ha una pancia piccola, appena visibile. "Mio fratello ha quattro anni e vive a Lima. Me l'ha data prima che partissi perché mi portasse felicità, perché potessi essere felice anche lontana da casa e per farci tornare, un giorno, a essere felici tutti insieme". Mentre parla, Mayra si commuove e piange. Sabina Dal Verme, l'ostetrica del Centro, le è accanto. Poi Mayra mostra alle altre donne la foto del suo fratellino. Tutte le fanno i complimenti, alzandosi con la poca grazia che consentono i pancioni si avvicinano, l'abbracciano. Coraggio, Mayra! Questo corso è così: un'autogestione. Una comune femminile dove chi sa parla e racconta. A ogni narrazione se ne attacca un'altra e così il sapere circola, passa dall'una all'altra e diventa patrimonio personale. Nessuna gerarchia, tanto più che partecipano donne in momenti diversi della maternità: chi è al terzo mese, chi all'ottavo, chi ha già partorito e continua a venire portandosi dietro il neonato (e allattalo e cullalo e fagli fare il ruttino, e piange e perché piange, ma dorme?) e chi scende direttamente dal reparto maternità, ancora con il braccialetto al polso. In questo modo, affrontare i temi tipici di un corso di preparazione al parto (l'allattamento, lo svezzamento, i pannolini, la "vita dopo") diventa più facile.
E i messaggi fanno più presa. Si radicano in un esempio concreto e vicino. "Mio marito pensava fosse colpa del malocchio se non rimanevo incinta, così mi ha passato un uovo su tutto il corpo per farlo andare via. Eravamo tristi, perché non immaginavamo chi potesse volerci così male. Quando l'abbiamo saputo, non riuscivamo a crederci", racconta Evelin. "Da noi la donna mette una bacinella con un infuso di erbe in mezzo alle gambe, perché il piccolo ne senta il profumo e abbia più voglia di uscire. Prima, però, l'ostetrica fa mettere il bambino nella posizione giusta massaggiando la pancia", racconta Maria. "Quando sarà il momento di partorire, ho paura di non accorgermene. Ho avuto il mio primo figlio al mio Paese: ho lavorato fino all'ultimo minuto, e poi mi hanno accompagnata di corsa all'ospedale. Ma qui non ho nessuno, e se non me ne accorgo in tempo che faccio?", chiede ansiosa Elvia. "Io non avevo timore che il mio primo bambino si spaventasse, perché lo fasciavo, lo mettevo nell'amaca e al paese non c'era niente che potesse rendere inquieto un neonato. Qui, invece, c'è un sacco di rumore, i piccoli si spaventano di più", si preoccupa Teresa. "Però mi hanno detto che qui non si fa; non si fasciano i bambini, cioè". Essere costrette a rinunciare a tutto questo, a questa parte della propria storia personale, del proprio vissuto specifico femminile, e bollare magari come "poco scientifico" o "folcloristico" un'idea di sé, un modello di maternità che è proprio del mondo cui si appartiene, può avere conseguenze molto negative per la donna. E per il bambino. "Considero questi incontri momenti di vera prevenzione, rispetto a future difficoltà relazionali e psicologiche dei bambini", sostiene Sabina Dal Verme. "Tutto il lavoro del Centro, e in particolare quello che facciamo in questi corsi, mira proprio a far recuperare fiducia e sicurezza alle mamme straniere". E continua: "L'obiettivo non è tanto insegnare come si fa qui, far percepire il nostro modello come quello giusto. Al contrario: il messaggio è che ci sono modi diversi di affrontare i di-sturbi della gravidanza, il parto, il post parto, le rappresentazioni della maternità; che ci sono diversi modi per accogliere e per accudire un bambino, e che vanno tutti bene". In fatto di maternità, poi, spesso queste donne ne sanno più delle italiane, che magari arrivano alla prima gravidanza senza aver mai avuto occasione di accudire un fratellino o un cuginetto, o di vedere una parente all'opera. Le straniere, invece, custodiscono un sapere pratico, tradizionale, importante, spesso non privo di verità e validità, per quanto scetticamente lo si possa considerare. Perché possano serenamente accettare il nostro modello, bisogna che prima qualcuno riconosca valore alla loro identità culturale. Per questo, al corso parole come "giusto" e "sbagliato" sono bandite. Lo sforzo dell'ostetrica e della mediatrice è costantemente teso ad accogliere e ascoltare saperi, pratiche, esigenze, dubbi e desideri, esplicitando e sottolineando ogni volta il valore e il senso di quello che si sta raccontando. Tutto è legittimo. Tutto ha una sua intrinseca ragione. "Emigrare è un po' come nascere. Ognuno di noi è avvolto in un involucro culturale. Quando si arriva in un Paese nuovo, l'inserirsi in una società radicalmente diversa rende difficile conservare la propria identità profonda. Invece, mantenere un'immagine positiva della propria storia e della propria cultura è fondamentale, a maggior ragione quando si è in una condizione di fragilità come quella della gravidanza, quando in gioco c'è la riuscita della relazione tra la madre e il figlio". Le donne arabe, cui l'anno scorso era stato destinato un corso analogo, si erano scelte perfino un nome: le Faraone. E gli incontri erano veri e propri scambi multiculturali: ninne nanne, ricette, tè, consigli estetici, massaggi reciproci, discorsi sulla sessualità. Come se la cultura dell'hammam, della chiacchiera intima e dell'accudimento reciproco si fosse magicamente trasferita in questa stanzetta d'ospedale. "Organizziamo i corsi in base alle culture, alle lingue e alla provenienza essenzialmente per ragioni pratiche. È infatti impossibile avere due o più mediatrici linguistiche a disposizione. Nell'approccio alla maternità di queste donne, le differenze si sentono", aggiunge Dal Verme. "Per esempio, con le egiziane è molto difficile fare un discorso sul bambino immaginario, cosa che invece si fa comunemente con le italiane e anche con le latinoamericane. Per loro sembra non abbia senso, poi ho capito che è un modo di proteggere il bambino: prima che nasca ne parlano poco, lo nascondono, la gravidanza non viene sbandierata in giro come invece fanno le nostre connazionali, che mostrano le ecografie a chiunque. Però parlano molto volentieri, e liberamente, di disturbi o di sessualità, cosa che non mi aspettavo". Sul materassone, adesso, sono distesi una decina di bambini paffuti e pieni di capelli: siamo alla festa finale di benvenuto ai piccoli. Le neo mamme ci sono tutte, e anche quelle che ancora devono partorire. Per ricordare a questi figli che non vengono dal nulla, perché resti loro il ricordo della strada fatta dalle genitrici, è stato donato a ciascuno il quaderno su cui, nel corso degli incontri, sono state incollate immagini simboliche: una cartina del mondo su cui la donna ha tracciato il percorso per raggiungere l'Italia, cartoline del Paese d'origine, fotografie di nonni e parenti, alcune parole italiane... Il resto della storia, lo scriveranno loro.




La celebrazione dello "Aqiqa", o settimo giorno della nascita del bambino, è una festa che riveste un'importanza particolare nella vita sociale e familiare, i preparativi per accogliere il nuovo - nato variano d 'una regione all'altra.' Il battesimo o le celebrazioni del 7 giorno della nascita del bambino differiscono da una tribù all'altra, della montagna alla pianura, pur conservando il carattere d'evento eccezionale nell'ambito della famiglia attaccata alle sue abitudini e le sue tradizioni.



I preparativi per accogliere il neonato sono della competenza delle donne del villaggio che assistono la futura mamma, lontano dallo sguardo degli uomini e ciò, con la preparazione delle  "sellu" a base di burro, olio, miele, farina tostata e la frutta secca tostata e macinata   che serviranno dopo il parto da nutrire la futura mamma in convalescenza. Infatti, l'accoglienza del neonato testimonia la solidarietà e di una separazione dei ruoli tra uomo e donne. Se il matrimonio della ragazza o del ragazzo cambio dell'autorità paterna, l'accoglienza del neonato si svolge in un cerchio strettamente femminile. Il parto della donna è affidato ad una donna prudente, generalmente vecchia ed esperta, assistita da altre donne per permettere lo svolgimento del parto in buone condizioni. In occasione del parto, gli uomini sono tenuti distanti dalla casa dove si svolge l'evento, ma resta pronto a qualsiasi intervento. Immediatamente la nascita annunciata, si informano i parenti dell'arrivo del neonato. Il primo gesto dopo il parto, il neonato è accolto da un appello alla preghiera nel suo orecchio dalla saggia donna. A partire da questo momento, la casa del neonato diventa il punto di riunioni di tutte le donne del villaggio che offrono regali sotto forma di pasti preparati per la mamma a base di polli "beldi" (nostrano) e i regali per il piccolo. Durante i 7 giorni, la mamma è libera da qualsiasi lavoro domestico, è considerata come "principessa", circondata dai suoi parenti e di un tipo di "madrina", una seconda madre che si occupa del bambino.
Per la celebrazione del 7 giorno, "Issem" o "Sabaa", i parenti, i genitori della famiglia, e i vicini sono invitati alla cerimonia che comincia con le preghiere sul  profeta da parte delle donne nel fratempo le uomini sacrificano un montone o un capretto che serve come cibo a tutti gli ospiti. Dopo questa cerimonia, la vera festa comincia con le donne che si dedicano ai bordi ed alle danze fino alle prime ore della mattina e nel corso di questi festeggiamenti, si annuncia ufficialmente il nome del neonato. Per quanto riguarda la scelta del nome del bambino, dipende dall'autorità del grande padre ed in caso d'assenza, ritorna al membro della famiglia più anziano d'età, a prescindere dal sesso.











UNIVERSITETI I  STUDIMEVE I PIEMONTIT ORIENTAL

“Amedeo Avogadro”
KATEDRA  E ANESTESIOLOGJISE E REANIMAZIONIT

Direttore: Prof.  Della Corte

U.O.A.D.U. Anestesi e Reanimazion 
Azienda Ospedaliera Maggiore della Carità
 Novara

NJESIA ANESTESIOLOGJIKE-OBSTETRIK
0321-3733652-3651

UDHEHEQESI DOTT.  RIPA CLAUDIO

                                                         
 






FLETPALOSJA INFORMUESE PER ANALGJEZINE PERIDURALE GJATE AKTIVITETIT TE LINDJES
Hyrja

Pjesa me e madhe e grave e  perballojne mire dhembjen e aktivitetit te lindjes.per disa te tjera, dhembja mund te behet pengese per lindjen, duke e dobesuar gruan si fizikisht ashtu dhe emocionalisht.Koncepti i dhembjes shkon pertej perberesit organik, duke perfshire te gjithe ankthin, friken per shtatzanine qe mund te shfaqet ne momentin e lindjes dhe te ndikoj keq ne te. Perdorimi i metodave per lehtesimin e  dhembjes gjate aktivitetit te lindjes  duhet te “shoqeroj gruan ne kete moment te vecante te jetes, e jo te nderhyj per ta bere me pak humane kete eksperience.
Analgjezia (lehtesimi ose heqja e dhembjes) nenkupton te kontrolloj dhembjen  ne menyre efikase, pa nderhyre ne natyraliletin e lindjes spontane dhe te garantoj efikasitet e siguri per gruan dhe femijen.
Ne spitalin tone sherbimi i analgjezise gjate lindjes eshte i garantuar 24 ore ne 24, ne dallim nga shume situata te tjera reale ne Itali.

Teknikat e lehtesimit te dhembjes gjate lindjes
Nel pratiken klinike teknikat e perdorura aktualisht jane:
-         Kateteri peridural
-         Analgjezia spinale
-         Analgjezia spino-peridurale (CSE)

Zgjedhja eteknikes qe do perdoret eshte ne varesi nag anestezisti ne sherbim, ne varesi te fazes se lindjes dhe te vizites qe behet nga obstetri qe eshte prezent ne sallen e lindjes.
Gjate seciles manover qe perdoret duhet bashkpunimi i gruas qe po lind, qe duhet te pozicionohet ne krevat sipas udhezimeve te anestezistit.
Kateteri peridural

Palca kurrizore nga e cila origjinojne te gjithe nervat mbrohet nga unazat e kolones.Ajo eshte e rrethuar nga disa nderfutje qe quhen meningje, te cilet krijojne  disa hapsira misis tyre.
Hapsira peridurale eshte hapsira me e jashtme dhe me larg palces kurrizore.
Anestezisti gjen hapsiren qe duhet ne shtyllen kurrizore ne zonen lumbare (te barkut), ben nje anestezi te vogel ne  lekure, dhe nepermjet nje ageje te posacme dhe fut keteterin e holle peridural qe sherben per te injektuar medikamente  analgjezike qe heqin dhembjen  gjate  kontraksioneve.Medikamenti vepron per 15- 20 minuta dhe ka nje efekt maksimal 2 ore.Nqs eshte e nevojshme medikamenti mund te perseritet.
Momenti me i mire per te vendosur kateterin eshte fillimi i lindjes, kur kontraksionet jane me te lehta dhe me te rralla, kur bashkepunimi i gruas eshte me i mire.Por nuk perjashtohen raste kur kateteri mund te vendoset ne stade te mevonshme te lindjes.
Analgjezia spinale
Pasi kalon hapsiren peridurale ndodhet hapsira subaraknoidale, ku eshte e mundur te injektohen medikamente ne doza te ndryshme me metoden e siper permendur pa perdorimin e nje kateteri. Kjo teknike realizohet ne nje faze me te vonshme te aktivitetit te lindjes dhe efektet e medikamenteve jane te menjehershme.
Analgjezia spino-peridurale
Teknikaq perdoret me teper ne fillim te aktivitetit te lindjes dhe qe ka te beje me administrimin e medikamenteve ne nivel te palces, e pasuar nga vendosja e kateterit peridural.Avantazhi e kesaj teknike eshte shfrytezimi i aneve pozitive te te dyja teknikave te pershkruara me siper.

Kur indikohet?
Disa situata specifike obstetrike per te favorizuar zbritjen e fetusit e per manovra te nxjerrjes  se tij;semundje te zemres; semundje respiratore;hepatike etj te gruas. Per me teper ne rastet e  secsio cesareo (operacionit cezarian) eshte e mundur te krijohen shpejt kushtet per  nderhyrjen kirurgjikale, duke lejuar qe gruaja te jete zgjuar dhe e vetedijshme gjate lindjes.

Nderlikime
Analgjezia  gjate aktivitetit te lindjes eshte nje teknike e sigurte nese realizohet ne menyre korrekte, por si te gjitha teknikat mund te kete nderlikimet e saj:

-    Ulja e tensionit : jepen likide intra vene
-     Kruajtje e lehte
-     Reaksione nga anestetiket: eshte e rendesishme te tregosh raste te ndodhura me pare.
-     Injektimi ne vaze me marrje mendsh,me mpirje.Nqs jane te pranishme nevojitet te hiqet kakteteri peridural dhe duhet ripozicionohet nqs deshirohet te vazhdohet metoda per lehtesimin e dhembjes.
-     Dhembje e vazhdueshme ne disa zona me ose pa lehtesim te saj.
-     parestezi (goditje te lehta elektrike )
-  dhembje shpine; mund te mbetet per nje dite ose pak me teper ne vendin ku futet agia, por eshte verejtursedhe grate qe nuk i jane nenshtruar analgjezise kane shfaqur te njejtat shenja.
-   Dhembje koke: < 1% nga shpimi aksidental  i sakusit qe mban likuorin  truno-shpinor, qe rrjedh dhe shkakton dhembje koke.Kjo dhembje shfaqet gjate qendrimit dhe perhapet  ne qafe, lehtesohet pas 4- 5 dite me regjim  shtrati, duke konsumuar lengje, kafe dhe duke perdorur anti inflamator.Rralle perdoren trajtime te tjera.
-     Demtime  neurolegjike, hematoma peridurale ose spinale, infeksionet jane te rralla.



EFEKTE KOLATERALE e KOMPLIKAZIONE TE MUNDSHME , FREKUENCA


FREKUENCA
Hypotension (presioni arterial i ulet)
10-40/100

Dhembje shpine (lumbalgjia) disa ditore
13/100

Rritje temperatures tranzitore > 38°C
7-36/100

Te vjella, nauze tranzitore
5/100

Kontroll i pamjaftueshem e jo i pershtatshem i dhembjes
1-3/100

Dhembja e kokes pas shpimit te dures
0,2-3/100

Demtime neurologjike periferike tranzitorie
1/5.000

Perthithja e shpejt e anestetikeve lokal qe mund te japin konvulsione, koma
0,06/10.000

Anestezia spinale totale edhe/ose Arrest respirator ose kardiak (kerkon trajtim reanimator urgjent)   
0,06/10.000
Infeksione (meningjite) dhe abses peridural/spinal qe mund te kerkojne trajtim kirurgjik
1/145.000

Cope gjaku e mpiksur (hematoma) qe shtyp palcen qe mund te kerkoj trajtim kirurgjik.
1/180.000

Demtime te nervave periferik te perhershme
1/250.000



Duam te theksojme se nga te gjitha nderlikimet qe mund te ndodhin, kemi verejtur vetem disa raste te dhembjes se kokes.

Jemi te sigurte qe ju kemi servirur te gjitha informacionet e dobishme per nje vleresim te plote te teknikes se lehtesimit te dhembjes gjate aktivitetit te lindjes, duke qene ne gadishmeri per t’ju sqaruar dhe ndihmuar per te zgjedhur cfare eshte me e mira per ju.
Besojme, qe dhembja gjate aktivitetit te lindjes duhet vleresuar  ne teresine e saj, por jemi te bindur qe shpesh lehtesimi i dhembjes fizike perben nje faktor me nje vlere te madhe humane, qe i lejon gruas te perjetoj sa me shume eksperiencen e lindjes se femijes se saj.




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